Extravagantes
Quando nell’ottobre dell’anno scorso mi recai negli studi
della Radio della Svizzera Italiana per definire gli ultimi dettagli
della realizzazione del presente CD, Pietro Bianchi – probabilmente
lieto di produrre un lavoro che fosse in qualche modo in sintonia con
i suoi interessi di etno-musicologo – mi regalò una raccolta
di canti popolari che lui stesso aveva pazientemente raccolto sul territorio
ticinese. Vi erano contenute quelle che lui stesso definiva le braci
di un grande fuoco di cui gli studiosi erano giunti a cogliere le ultime
vampate.
Paradossalmente l’ascolto di quelle testimonianze mi rivelò
una musica estranea e pressoché sconosciuta. Per me che mi ero
cimentato in ogni sorta di genere musicale – dal jazz al pop,
dal soul-funk alla musica colta, dal ballo di ogni tipo alla coreografia
musicale, dal klezmer sino alla canzone d’autore – quella
che doveva essere (e lo era, a tutti gli effetti) la manifestazione
più autentica delle mie radici, riusciva invece distante come
nessun’altra. Io che avevo sempre sofferto la mancanza di un patrimonio
proprio e saldamente radicato dentro di me, che fungesse da punto di
riferimento per muovere verso altre esperienze (ciò che fu il
tango per Piazzolla, o ciò che è tuttora il musette per
Galliano) mi ritrovavo ad avvertire ancora più acutamente questa
sorta di paradosso. Si aggiunga che curiosamente in ambito letterario
vivevo una situazione diametralmente opposta, nella quale una solida
linea rossa che collegava un ben definito canone di autori, compreso
fra Dante e Pavese, era la pietra miliare da cui prendeva le mosse qualsiasi
altra esperienza di tipo umanistico.
La conclusione che ne seguì – e che avevo maturato per
anni senza mai giungere a focalizzarla nitidamente – può
apparire per certi versi scontata: il mio mondo musicale più
autentico è in realtà un universo senza centro né
spinte gravitazionali, nel quale emergono rari termini di riferimento,
peraltro quasi obbligati per chi come me ha fatto della fisarmonica
la propria bussola musicale: il tango, il musette francese in tutte
le sue declinazioni, la musica balcanica e soprattutto il jazz, che
si vorrebbe collante di tutto questo magma indefinito, il punto fermo
appena abbozzato che sappia assicurare un sottile quanto precario equilibrio
tra l’uno e il molteplice. E paradossalmente sono approdato a
questi punti di riferimento attraverso vie tortuose ed impensate. Le
scale balcaniche (ed arabe) di Fotografie da Kharkov mi sono
giunte in primis attraverso Caravan, il celebre brano di Duke
Ellington; alla stessa stregua i tempi irregolari che affiorano nel
CD non seguono – almeno per quanto concerne il mio primo contatto
con essi – il percorso rettilineo che si dipana ancora una volta
dal mondo balcanico, ma viaggiano sull’onda del genio di un altro
jazzista, Dave Bruebeck.
Nella sostanza il percorso musicale che ho qui cercato di delineare
non differisce molto da quello dei miei compagni d’avventura,
che hanno contribuito agli arrangiamenti e hanno preso parte al disegno
compositivo globale, un disegno che propone due Iter articolati in quattro
tappe improntate, nell’ordine, al tango, al valzer musette, alla
musica balcanica e al jazz. Che poi un valzer si colori di reggae, che
un tango giri in 7/4, che un brano balcanico lasci intravedere sprazzi
di jazz, non deve stupire nessuno: è insito nel nostro DNA. Con
un’eccezione: al nostro istrionico chitarrista tutto questo variegato
sincretismo musicale stava ancora stretto, tanto che abbiamo dovuto
riservargli un colophon tutto suo.
Danilo Boggini