danilo boggini
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Extravagantes


Quando nell’ottobre dell’anno scorso mi recai negli studi della Radio della Svizzera Italiana per definire gli ultimi dettagli della realizzazione del presente CD, Pietro Bianchi – probabilmente lieto di produrre un lavoro che fosse in qualche modo in sintonia con i suoi interessi di etno-musicologo – mi regalò una raccolta di canti popolari che lui stesso aveva pazientemente raccolto sul territorio ticinese. Vi erano contenute quelle che lui stesso definiva le braci di un grande fuoco di cui gli studiosi erano giunti a cogliere le ultime vampate.
Paradossalmente l’ascolto di quelle testimonianze mi rivelò una musica estranea e pressoché sconosciuta. Per me che mi ero cimentato in ogni sorta di genere musicale – dal jazz al pop, dal soul-funk alla musica colta, dal ballo di ogni tipo alla coreografia musicale, dal klezmer sino alla canzone d’autore – quella che doveva essere (e lo era, a tutti gli effetti) la manifestazione più autentica delle mie radici, riusciva invece distante come nessun’altra. Io che avevo sempre sofferto la mancanza di un patrimonio proprio e saldamente radicato dentro di me, che fungesse da punto di riferimento per muovere verso altre esperienze (ciò che fu il tango per Piazzolla, o ciò che è tuttora il musette per Galliano) mi ritrovavo ad avvertire ancora più acutamente questa sorta di paradosso. Si aggiunga che curiosamente in ambito letterario vivevo una situazione diametralmente opposta, nella quale una solida linea rossa che collegava un ben definito canone di autori, compreso fra Dante e Pavese, era la pietra miliare da cui prendeva le mosse qualsiasi altra esperienza di tipo umanistico.
La conclusione che ne seguì – e che avevo maturato per anni senza mai giungere a focalizzarla nitidamente – può apparire per certi versi scontata: il mio mondo musicale più autentico è in realtà un universo senza centro né spinte gravitazionali, nel quale emergono rari termini di riferimento, peraltro quasi obbligati per chi come me ha fatto della fisarmonica la propria bussola musicale: il tango, il musette francese in tutte le sue declinazioni, la musica balcanica e soprattutto il jazz, che si vorrebbe collante di tutto questo magma indefinito, il punto fermo appena abbozzato che sappia assicurare un sottile quanto precario equilibrio tra l’uno e il molteplice. E paradossalmente sono approdato a questi punti di riferimento attraverso vie tortuose ed impensate. Le scale balcaniche (ed arabe) di Fotografie da Kharkov mi sono giunte in primis attraverso Caravan, il celebre brano di Duke Ellington; alla stessa stregua i tempi irregolari che affiorano nel CD non seguono – almeno per quanto concerne il mio primo contatto con essi – il percorso rettilineo che si dipana ancora una volta dal mondo balcanico, ma viaggiano sull’onda del genio di un altro jazzista, Dave Bruebeck.
Nella sostanza il percorso musicale che ho qui cercato di delineare non differisce molto da quello dei miei compagni d’avventura, che hanno contribuito agli arrangiamenti e hanno preso parte al disegno compositivo globale, un disegno che propone due Iter articolati in quattro tappe improntate, nell’ordine, al tango, al valzer musette, alla musica balcanica e al jazz. Che poi un valzer si colori di reggae, che un tango giri in 7/4, che un brano balcanico lasci intravedere sprazzi di jazz, non deve stupire nessuno: è insito nel nostro DNA. Con un’eccezione: al nostro istrionico chitarrista tutto questo variegato sincretismo musicale stava ancora stretto, tanto che abbiamo dovuto riservargli un colophon tutto suo.

Danilo Boggini



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